ARTEMISIA GENTILESCHI
DONNA - ARTISTA - INDIPENDENTE
in un'epoca in cui questi tre termini
non potevano in nessun caso essere accostati

Gli esordi romani
Nacque a Roma l'8 luglio 1593, primogenita del pittore
Orazio Gentileschi, esponente di primissimo piano del caravaggismo romano. Presso la bottega paterna, assieme ai fratelli, ma dimostrando rispetto ad essi un ben piu' elevato talento, Artemisia ebbe il suo apprendistato artistico, imparando il disegno, il modo di impastare i colori e di dar lucentezza ai dipinti. Poiche' lo stile del padre, in quegli anni, si riferiva esplicitamente all'arte del Caravaggio (con cui Orazio ebbe rapporti di familiarita'), anche gli esordi artistici di Artemisia si collocano, per molti versi, nella scia del grande pittore lombardo.
La prima opera attribuita alla diciassettenne Artemisia (sia pur sospettando aiuti da parte del padre, determinato a far conoscere le sue precoci doti artistiche) e' la
Susanna e i vecchioni (1610), oggi nella collezione Schonborn a Pommersfelden. La tela lascia intravedere come, sotto la guida paterna, Artemisia, oltre ad assimilare il realismo del
Caravaggio, non sia indifferente al linguaggio della scuola bolognese, che aveva preso le mosse da Annibale Carracci.
Nel 1612 Artemisia subi' uno stupro da parte del pittore toscano Agostino Tassi, impegnato in quel tempo, assieme ad Orazio Gentileschi, nella decorazione a fresco delle volte del Casino della Rose nel palazzo Pallavicini Rospigliosi di Roma.
Il padre denuncio' il Tassi che, dopo la violenza, non aveva rispettato la promessa di un matrimonio riparatore. Del processo che ne segui' e' rimasta esauriente testimonianza documentale, che colpisce per la crudezza del resoconto di Artemisia e per i metodi inquisitori del tribunale. Gli atti del processo (conclusosi con una lieve condanna del Tassi) hanno avuto grande influenza sulla lettura in chiave femminista, data nella seconda meta' del XX secolo, alla figura di Artemisia Gentileschi.
La tela, che raffigura
Giuditta che decapita Oloferne (1612-13), conservata al Museo Capodimonte di Napoli, impressionante per la violenza della scena che raffigura, e' stata interpretata in chiave psicologica e psicanalitica, come desiderio di rivalsa rispetto alla violenza subita.
Un mese dopo la conclusione del processo, Orazio combino' per Artemisia, un matrimonio con Pierantonio Stiattesi, modesto artista fiorentino, che servi' a restituire ad Artemisia, violentata, ingannata e denigrata dal Tassi, uno status di sufficiente onorabilita'.
Poco dopo la coppia si trasferi' a Firenze, dove ebbe quattro figli, di cui la sola figlia Prudenzia visse sufficientemente a lungo da seguire la madre nel ritorno a Roma poi a Napoli.
Il periodo fiorentino (1614-1620)
A Firenze Artemisia conobbe un lusinghiero successo.
Venne accettata nell'Accademia del Disegno (fu la prima donna a godere di tale privilegio); dimostro' di saper tenere buoni rapporti con i piu' reputati artisti del tempo, come Cristofano Allori, e di saper conquistare i favori e la protezione di persone influenti, a cominciare dal
Granduca Cosimo II de' Medici e, in special modo della granduchessa Cristina. Fu in buoni rapporti con Galileo Galilei, con il quale rimase in contatti epistolare ben oltre il suo periodo fiorentino.
Tra i suoi estimatori ebbe un posto di speciale rilievo Buonarroti il giovane (nipote del grande
Michelangelo): impegnato a costruire una magione che celebrasse la memoria dell'illustre antenato, affido' ad Artemisia la esecuzione di una tela destinata a decorare il soffitto della galleria dei dipinti.
La tela in questione rappresenta una allegoria dell'Inclinazione (il talento naturale), raffigurata in forma di giovane donna ignuda che tiene in mano una bussola.
Si ritiene che l'avvenente figura femminile abbia le fattezze della stessa Artemisia, che, come ci dicono le informazioni mondane dell'epoca, fu donna di straordinaria avvenenza.
In effetti capita spesso, nelle tele di Artemisia, che le sembianze delle formose ed energiche eroine che vi compaiono abbiano fattezze del volto che ritroviamo nei suoi ritratti o autoritratti: spesso chi commissionava le sue tele doveva desiderare di avere una immagine che ricordasse visivamente l'autrice, la cui fama andava crescendo. Il successo ed il fascino che emanava dalla sua figura, alimentarono, per tutta la sua vita, motteggi ed illazioni sulla sua vita privata.
Nonostante il successo, a causa di spese eccessive, sue e di suo marito, il periodo fiorentino fu tormentato da problemi con i creditori. Si puo' ragionevolmente collegare al desiderio di sfuggire all'assillo dei debiti ed alla non facile convivenza con lo Stiattesi, il suo ritorno a Roma che si realizzo' in maniera definitiva nel 1621.
Di nuovo a Roma e poi a Venezia (1621-1630)
L'anno di arrivo di Artemisia a Roma coincide con quello della partenza del padre Orazio per Genova. Si e' ipotizzato, su basi congetturali, che Artemisia abbia seguito il padre nella capitale ligure (anche per spiegare il perdurare di una affinita' di stile che, ancor oggi, rende problematica l'attribuzione di taluni quadri all'uno o all'altra); ma non si hanno sufficienti prove al riguardo.
Artemisia si stabili' a Roma come donna ormai indipendente, in grado di prender casa e di crescere le figlie. Oltre a Prudenzia (nata dal matrimonio con Pierantonio Stiattesi), ebbe una figlia naturale, nata probabilmente nel 1627. Artemisia cerco', con scarso successo, di avviare entrambe le figlie alla pittura.
La Roma di quegli anni vedeva ancora una nutrita presenza di caravaggeschi (evidenti assonanze esistono, ad esempio, tra lo stile della Gentileschi e quello di Simon Vouet), ma vedeva anche, durante il pontificato di
Urbano VIII, il crescente successo del classicismo della scuola bolognese o delle avventure barocche di Pietro da Cortona.
Artemisia dimostro' di avere la giusta sensibilita' per cogliere le novita' artistiche e la giusta determinazione per vivere da protagonista questa straordinaria stagione artistica di Roma, meta obbligata di artisti di tutta Europa.
Artemisia entro' a far parte dell'
Accademia dei Desiosi. Fu, in tale circostanza celebrata, con un ritratto inciso che, nella dedica, la qualifica come
"Pincturae miraculum invidendum facilius quam imitandum".
Di questo periodo e' anche l'amicizia con Cassiano dal Pozzo, umanista, collezionista e grande mentore delle belle arti.
Tuttavia, nonostante la reputazione artistica, la sua forte personalita' e la rete di buone relazioni, il soggiorno di Artemisia nella sua Roma non fu cosi' ricco di commesse come avrebbe desiderato. L'apprezzamento della sua pittura era forse circoscritto alla sua capacita' di ritrattista e alla sua abilita' di mettere in scena le eroine bibliche: erano a lei precluse le ricche commesse dei cicli affrescati e delle grandi pale di altare. Difficile, per l'assenza di fonti documentali, e' seguire tutti gli spostamenti di Artemisia in questo periodo.
È certo che tra il 1627 ed il 1630 si stabilì, forse alla ricerca di migliori commesse, a Venezia: lo documentano gli omaggi che ricevette da letterati della citta' lagunare che ne celebrarono le qualita' di pittrice.
Napoli e la parentesi inglese (1630-1653)
Nel 1630 Artemisia si reco' a Napoli, valutando che vi potessero essere, in quella citta' fiorente di cantieri e di appassionati di belle arti, nuove e piu' ricche possibilita' di lavoro.
Va ricordato che, tra gli altri, erano gia' passati da Napoli Caravaggio, Annibale Carracci, Simon Vouet; vi lavoravano in quegli anni Jusepe de Ribera, Massimo Stanzione, e che, di li' a poco vi sarebbero approdati, il Domenichino, Giovanni Lanfranco ed altri ancora.
L'esordio artistico di Artemisia a Napoli e' rappresentato forse dalla Annunciazione del Museo di Capodimonte.
Poco piu' tardi, il trasferimento nella metropoli partenopea fu definitivo e li' l'artista sarebbe rimasta - salvo la parentesi inglese e trasferimenti temporanei - per il resto della sua vita.
Napoli (pur con qualche costante rimpianto per Roma) fu dunque per Artemisia una sorta di seconda patria nella quale curo0 la propria famiglia (a Napoli marito' infatti, con appropriata dote, le sue due figlie), ricevette attestati di grande stima, fu in buoni rapporti con il vicere' Duca d'Alcala', ebbe rapporti di scambio alla pari con i maggiori artisti che vi erano presenti (a cominciare da Massimo Stanzione, per il quale si deve parlare di una intensa collaborazione artistica, fondata su una viva amicizia e su evidenti consonanze stilistiche).
A Napoli per la prima volta, Artemisia si trovo', a dipingere tele per una cattedrale, quelle dedicate alla Vita di San Gennaro a Pozzuoli.
Nel 1638 Artemisia raggiunse il padre a Londra, presso la corte di Carlo I, dove Orazio era diventato pittore di corte ed aveva ricevuto l'importante incarico della decorazione di un soffitto (allegoria del Trionfo della Pace e delle Arti) nella Casa delle Delizie della regina Enrichetta Maria a Greenwick.
Dopo tanto tempo, padre e figlia si ritrovarono legati da un rapporto di collaborazione artistica, ma nulla lascia pensare che il motivo del viaggio londinese fosse solo quello di venire in amorevole soccorso all'anziano genitore. Certo e' che Carlo I la reclamava alla sua corte ed un rifiuto non era possibile. Orazio inaspettatamente mori', assistito dalla figlia, nel 1639.
Carlo I era un collezionista fanatico, disposto a compromettere le finanze pubbliche, pur di soddisfare i suoi desideri artistici.
La fama di Artemisia doveva averlo incuriosito, e non e' un caso che nella sua collezione fosse presente una tela di Artemisia di grande suggestione, l'Autoritratto in veste di Pittura.
Artemisia ebbe dunque a Londra una sua attivita' autonoma che continuo' per un po' di tempo anche dopo la morte del padre (anche se non sono note opere attribuibili con certezza a questo periodo).
Sappiamo che nel 1642, alle prime avvisaglie della guerra civile, Artemisia aveva gia' lasciato l'Inghilterra. Poco o nulla si sa degli spostamenti successivi. E' un fatto che nel 1649 la troviamo nuovamente a Napoli, in corrispondenza con il collezionista Don Antonio Ruffo di Sicilia che fu suo mentore e buon committente in questo secondo periodo napoletano.
L'ultima lettera al suo mentore che noi conosciamo e' del 1650 e testimonia come l'artista fosse ancora in piena attivita'. Artemisia mori' nell'anno 1653.
Profilo artistico
Un saggio del 1916 di Roberto Longhi, maestro della critica italiana, intitolato Gentileschi padre e figlia ha avuto il merito di riportare all'attenzione della critica la statura artistica di Artemisia Gentileschi nell'ambito dei caravaggeschi nella prima meta' del XVII secolo. Longhi esprimeva nei confronti di Artemisia, in tono forse involontariamente misogino, il seguente giudizio: "l'unica donna in Italia che abbia mai saputo che cosa sia pittura, e colore, e impasto, e simili essenzialita'...".
Nella lettura effettuata del dipinto piu' celebre di Artemisia, la Giuditta che decapita Oloferne degli Uffizi, Longhi scriveva:
"Chi penserebbe infatti che sopra un lenzuolo studiato di candori e ombre diacce degne d'un Vermeer a grandezza naturale, dovesse avvenire un macello cosi' brutale ed efferato . Ma - vien voglia di dire - ma questa e' la donna terribile! Una donna ha dipinto tutto questo?"
ed aggiungeva:
"... che qui non v'e' nulla di sadico, che anzi cio' che sorprende e' l'impassibilita' ferina di chi ha dipinto tutto questo ed e' persino riescita a riscontrare che il sangue sprizzando con violenza puo' ornare di due bordi di gocciole a volo lo zampillo centrale! Incredibile vi dico! Eppoi date per carita' alla Signora Schiattesi - questo e' il nome coniugale di Artemisia - il tempo di scegliere l'elsa dello spadone che deve servire alla bisogna! Infine non vi pare che l'unico moto di Giuditta sia quello di scostarsi al possibile perche' il sangue non le brutti il completo novissimo di seta gialla? Pensiamo ad ogni modo che si tratta di un abito di casa Gentileschi, il piu' fine guardaroba di sete del '600 europeo, dopo Van Dyck".
La lettura del dipinto sottolinea, in modo esemplare, cosa significhi saperne "di pittura, e di colore e di impasto": sono evocati i colori squillanti della tavolozza di Artemisia, le luminescenze seriche delle vesti (con quel suo giallo inconfondibile), l'attenzione perfezionistica per la realta' dei gioielli e delle armi.
L'interesse per la figura artistica di Artemisia, rimasto inspiegabilmente debole nonostante la lettura datane dal Longhi, ebbe un forte impulso per merito di studi in chiave femminista, che efficacemente sottolinearono, a partire dallo stupro subito e dalla sua successiva biografia, la forza espressiva che il suo linguaggio pittorico assume quando i soggetti rappresentati erano le famose eroine bibliche, che par sempre che vogliano manifestare la loro ribellione alla condizione in cui le condanna il loro sesso.
In un saggio contenuto nel catalogo della mostra "Orazio e Artemisia Gentileschi" svoltasi a Roma nel 2001 (e poi a New York), Judith W. Mann prende le distanze; mostrandone i limiti, da una lettura in chiave strettamente femminista:
"[Una lettura di questo tipo] avanza l'ipotesi che la piena potenza creativa di Artemisia si sia manifestata soltanto nel raffigurare donne forti e capaci di farsi valere, al punto che non si riesce a immaginarla impegnata nella realizzazione di immagini religiose convenzionali, come una Madonna con Bambino o una Vergine che accoglie sottomessa l'Annunciazione; e inoltre, si sostiene che l'artista abbia rifiutato di modificare la propria interpretazione personale di tali soggetti per adeguarsi ai gusti di una clientela che si presume maschile.
Lo stereotipo ha avuto un doppio effetto restrittivo: inducendo gli studiosi sia a mettere in dubbio l'attribuzione dei dipinti che non corrispondono al modello descritto, sia ad attribuire un valore inferiore a quelli che non rientrano nel cliche'".
La critica piu recente, a partire dalla faticosa ricostruzione dell'intero catalogo della Gentileschi, ha inteso dare una lettura meno riduttiva della lusinghiera carriera di Artemisia, collocandola piu' attentamente nel contesto dei diversi ambienti artistici che la pittrice ebbe a frequentare. Una siffatta lettura ci restituisce la figura di una artista che lotto' con determinazione, utilizzando le armi della sua personalita' e delle sue qualita' artistiche, contro i pregiudizi che si esprimevano nei confronti della pittrici donne; riuscendo ed inserirsi produttivamente nella cerchia dei pittori piu' reputati del suo tempo, affrontando una gamma di generi pittorici che dovette esser assai piu' ampia e variegata di quanto ci dicano oggi le tele a lei attribuite.
Read
HERE the biography of Artemisia Gentileschi.